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Un uomo seduto al centro di un labirinto a spirale nell'erba: rappresenta la cecità esperienziale e la gabbia delle conoscenze descritte dal modello S.I.R.E.

Perché faccio sempre gli stessi errori: la trappola della cecità esperienziale

Ci sono persone intelligenti, consapevoli, che hanno letto libri di psicologia, fatto terapia, capito benissimo cosa non va in loro, e che però continuano a fare le stesse cose. Si innamorano sempre dello stesso tipo di persona sbagliata. Reagiscono allo stress sempre nello stesso modo, quello che vorrebbero smettere di usare. Ricadono negli stessi conflitti, negli stessi circoli, nelle stesse scuse.

C’è una spiegazione neurologica precisa per cui certi schemi sembrano impossibili da rompere, e ha a che fare con il modo in cui il cervello costruisce la realtà, non con la forza di volontà. Il modello S.I.R.E. di Daniele Penna chiama questo meccanismo cecità esperienziale, e capire come funziona cambia radicalmente il modo in cui si guarda alla propria incapacità di cambiare.

La gabbia delle conoscenze: non vedi ciò che non sai

Il cervello umano non ha accesso diretto alla realtà. Costruisce un modello del mondo basandosi sulle esperienze passate, poi usa quel modello per interpretare ogni nuova situazione. Questo processo è rapidissimo, automatico, e quasi sempre fuori dalla nostra consapevolezza.

La conseguenza è che il cervello può vedere e scegliere solo ciò che conosce già. Se nella tua mappa mentale esistono tre modi per rispondere alla delusione, reagirai sempre in uno di quei tre modi, anche se esistono altre dieci risposte possibili che non hai mai sperimentato. Non le sceglierai, non perché sei pigro o limitato, ma perché per il tuo cervello non esistono.

Penna chiama questo la gabbia delle conoscenze. Non è una metafora romantica: è una descrizione precisa di come funziona la mente predittiva. Siamo letteralmente rinchiusi nell’insieme delle esperienze che abbiamo vissuto, e tutto ciò che sta fuori da quell’insieme è invisibile.

C’è un’immagine che rende bene questa idea. Prova a guardare un’immagine composta di macchie bianche e nere senza sapere cosa rappresenta. Vedrai caos, forme astratte, niente di riconoscibile. Poi qualcuno ti dice che è un cane dalmata. In un istante il cane appare, chiarissimo, impossibile non vederlo. L’immagine non è cambiata. È cambiato il tuo database di esperienze. Da quel momento non puoi più tornare alla cecità precedente: il cane è lì per sempre.

Con gli schemi di comportamento funziona esattamente così. Finché non hai vissuto in prima persona una risposta alternativa a un certo tipo di situazione, per il tuo cervello quella risposta non esiste. Puoi leggerla, capirla in astratto, volerla applicare. Ma nel momento in cui la situazione si presenta davvero, il cervello torna al pattern già archiviato, quello più veloce e meno costoso energeticamente.

Perché la conoscenza teorica non cambia nulla

Questa è la cosa che fa più arrabbiare le persone che hanno già lavorato su se stesse. Hai letto i libri, hai fatto terapia, hai capito da dove vengono i tuoi schemi, sai analizzarli nel dettaglio. Eppure quando si ripresenta la situazione, fai la stessa cosa di prima.

Il motivo è che la comprensione intellettuale e il cambiamento comportamentale usano parti diverse del cervello, e non comunicano automaticamente tra loro.

Esistono due tipi principali di memoria. La memoria dichiarativa è quella conscia, quella che usi quando racconti qualcosa, spieghi un concetto, analizzi una situazione. È flessibile, accessibile, modificabile con nuove informazioni. Puoi aggiornarla leggendo un libro.

La memoria implicita è diversa. È inconscia, automatica, e gestisce le abilità e le abitudini consolidate. Non la racconti: la esegui. È quella che ti permette di andare in bicicletta senza pensarci, di guidare l’auto mentre ascolti la radio, di cucinare un piatto che conosci bene mentre pensi ad altro. Una volta che uno schema si consolida nella memoria implicita, viene eseguito automaticamente, spesso prima che la parte conscia del cervello abbia il tempo di intervenire.

I tuoi schemi relazionali, emotivi e comportamentali di lunga data sono archiviati nella memoria implicita. Puoi aggiornarli nella memoria dichiarativa quanto vuoi: al momento del bisogno, il cervello usa la memoria implicita perché è più veloce e meno costosa. La comprensione intellettuale non sovrascrive automaticamente quello che il corpo sa già fare.

Cambiare una credenza a livello razionale senza costruire una nuova esperienza pratica è come cercare di dipingere un capolavoro sapendo disegnare solo casette col tettuccio a punta. Produrrai sempre lo stesso risultato, non per mancanza di impegno, ma per mancanza di dati nuovi su cui lavorare.

Come i genitori programmano i tuoi schemi (spesso senza volerlo)

La maggior parte degli schemi ripetitivi che ci portiamo nell’età adulta è stata scritta nei primi anni di vita, quando il cervello era in una fase di apprendimento accelerato e non aveva ancora sviluppato gli strumenti per filtrare criticamente ciò che assorbiva.

I bambini imparano principalmente per imitazione. Osservano come le persone intorno a loro gestiscono le emozioni, i conflitti, la delusione, la gioia, la paura, e archiviano quei pattern come le risposte corrette. Non scelgono consapevolmente cosa imparare: assorbono quello che vedono e lo consolidano nella memoria implicita come il modo in cui funzionano le cose.

Se hai cresciuto in una casa in cui i conflitti si risolvevano alzando la voce, il tuo cervello ha archiviato l’alzare la voce come la risposta appropriata al conflitto. Se hai imparato che mostrare vulnerabilità portava al rifiuto, hai sviluppato un sistema automatico per nascondere le emozioni. Se hai visto relazioni in cui l’amore e il dolore erano inseparabili, il tuo cervello potrebbe aver costruito un modello in cui l’intimità senza tensione non sembra vera.

Nessuno di questi pattern è stato scelto consapevolmente. Sono stati installati, per usare una metafora tecnologica, come il sistema operativo di base. E come un sistema operativo, continuano a girare in background anche quando installi nuovi programmi sopra.

La buona notizia è che i sistemi operativi si possono aggiornare. La cattiva notizia è che l’aggiornamento non avviene leggendo il manuale: richiede di riscrivere il codice attraverso esperienze nuove.

Perché ti innamori sempre dello stesso tipo di persona

Uno degli esempi più visibili della gabbia delle conoscenze è la ripetizione degli schemi relazionali. Persone che escono da relazioni difficili e si ritrovano, dopo qualche tempo, con un partner che presenta le stesse dinamiche della relazione precedente. A volte con caratteri completamente diversi in superficie, ma con gli stessi meccanismi in profondità.

Il cervello non sceglie i partner sulla base di criteri razionali applicati consapevolmente. Usa il database delle esperienze per riconoscere ciò che è familiare. E familiare non significa positivo: significa conosciuto, prevedibile, navigabile con gli strumenti che già possiedi.

Se hai imparato a relazionarti con persone emotivamente distanti, il cervello ha sviluppato una mappa per quel tipo di relazione. Sa come comportarsi, cosa aspettarsi, come gestire la tensione. Una persona emotivamente disponibile, paradossalmente, può risultare meno attraente o persino sospetta, perché il cervello non ha una mappa per quella dinamica. L’assenza di tensione familiare viene letta come mancanza di qualcosa.

Come spiegato nell’articolo su perché esplodiamo per cose stupide, il cervello non reagisce al presente: reagisce a ciò che il passato gli dice di aspettarsi. Nelle relazioni questo si traduce in attrazione per ciò che conferma il modello conosciuto, anche quando quel modello è stato fonte di sofferenza.

Il costo energetico dell’incertezza

C’è un motivo ulteriore per cui il cervello preferisce i pattern conosciuti anche quando non funzionano: l’incertezza è metabolicamente costosa.

Il cervello gestisce le proprie risorse energetiche con grande attenzione, in quello che le neuroscienze chiamano body budgeting. L’incertezza, non sapere cosa aspettarsi, costringe il cervello a tenere aperti contemporaneamente molti scenari ipotetici, nel caso in cui uno di essi si realizzi. Questo sforzo consuma energia in modo significativo.

Seguire un pattern conosciuto, anche uno disfunzionale, è energeticamente conveniente. Il cervello sa già cosa fare, non deve elaborare scenari alternativi, può agire rapidamente. Rompere uno schema richiede invece un investimento energetico alto: nuove elaborazioni, nuove predizioni, nuovo apprendimento. In momenti di stanchezza o stress, il cervello tende automaticamente verso il percorso meno costoso.

Questo spiega perché i buoni propositi reggono nei momenti di ricarica energetica e cedono nei momenti di esaurimento. Non è incoerenza morale: è ottimizzazione biologica.

Cosa serve davvero per uscire dalla gabbia

La risposta del modello S.I.R.E. è diretta: serve un’esperienza nuova, non un’informazione nuova. Il cervello aggiorna la memoria implicita attraverso l’esperienza vissuta, non attraverso la lettura o la riflessione. Per costruire una risposta alternativa disponibile nel momento del bisogno, occorre averla praticata abbastanza volte da renderla anch’essa automatica.

Non è un processo rapido. E non è un processo che avviene solo con la testa. Richiede di essere guidati fisicamente in situazioni che attivano i pattern abituali, e di sperimentare lì, in quel contesto di attivazione, una risposta diversa. Solo in quel momento il cervello inizia a costruire un’alternativa nella memoria implicita.

Questo è esattamente il tipo di lavoro che il percorso SPLIT propone: non spiegare perché hai certi schemi, ma creare le condizioni per sperimentare risposte diverse in contesti che li attivano. Il Diario del Regista e S.I.R.E. The Game sono strumenti pensati per questo: non per capire i personaggi interni in astratto, ma per incontrarli, capire cosa vogliono, e trovare nuovi modi di rispondere ai loro bisogni prima che prendano il controllo della scena.

Rimanere nella gabbia ha un costo in termini di energia sprecata, relazioni ripetute, opportunità mancate. La gabbia è familiare, ma familiare non significa sicura. Significa soltanto conosciuta.

PROGETTO SPLIT
🔓

Esci dalla gabbia delle conoscenze con il modello S.I.R.E.

Il percorso di Daniele Penna non spiega i tuoi schemi: ti porta a sperimentare risposte diverse. Strumenti pratici per riscrivere la memoria implicita attraverso l’esperienza, non la sola comprensione.

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