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Cubetti di Hákarl, lo squalo fermentato islandese, serviti su un tagliere di legno rustico accanto a un bicchierino di acquavite Brennivín, con un tipico capanno di essiccazione (hjallur) sullo sfondo.

Hákarl: La Scienza, la Mitologia e la Sopravvivenza dello Squalo Fermentato d’Islanda

Nell’inospitale panorama del Nord Atlantico, esiste un alimento la cui sola descrizione sensoriale evoca repulsione: un cibo dal penetrante e pungente odore di ammoniaca e urina, capace di provocare un involontario riflesso di vomito al primo assaggio. Si tratta dell’Hákarl, lo squalo fermentato islandese, un piatto nazionale che ha suscitato le reazioni più estreme da parte di famosi chef internazionali. Anthony Bourdain lo descrisse notoriamente come “la cosa peggiore, più disgustosa e orribile” che avesse mai mangiato, mentre Gordon Ramsay sputò immediatamente il boccone in diretta televisiva. Eppure, per la popolazione dell’Islanda, l’Hákarl non è affatto una provocazione turistica o una bizzarra scommessa culinaria: è un monumento alla determinazione, un trionfo della biotecnologia empirica e un antico simbolo di coesione sociale e continuità storica.

Dal punto di vista della moderna scienza degli alimenti, questo singolare prodotto si configura come un affascinante modello per lo studio della fermentazione alcalina spontanea e delle successioni microbiologiche in condizioni chimiche ed ecologiche estreme. Solo attraverso una complessa trasformazione biochimica, infatti, le fibre muscolari dello squalo di Groenlandia (Somniosus microcephalus), originariamente tossiche e letali se consumate fresche, vengono private del loro carico di veleni e rese edibili per l’essere umano. Comprendere l’Hákarl richiede un viaggio interdisciplinare che unisce la genomica comparata, la tossicologia molecolare, la microbiologia applicata e l’antropologia culturale di un popolo che ha saputo strappare la sopravvivenza ai ghiacci artici.

L'Identikit del Somniosus microcephalus: Biologia e Adattamenti degli Abissi

Per comprendere l’origine della tossicità e del successivo processo di cura dell’Hákarl, è necessario analizzare la complessa fisiologia del suo ingrediente primario. Lo squalo di Groenlandia (Somniosus microcephalus), appartenente alla famiglia delle Somniosidae (o “squali sonnolenti”), è un predatore apicale ectotermo che abita le oscure e gelide acque dell’Oceano Artico e del Nord Atlantico, spingendosi fino a profondità superiori ai 2200 metri. Si tratta di uno dei pesci cartilaginei più grandi al mondo, in grado di raggiungere una lunghezza confermata di 6,4 metri e un peso superiore ai 1000 chilogrammi, con picchi eccezionali stimati fino a 7,3 metri.

La caratteristica biologica più straordinaria di questo elasmobranco è, tuttavia, la sua eccezionale longevità. Gli studi di geocronologia basati sulla radiocronologia del carbonio-14 applicata al nucleo cristallino degli occhi (tessuto che riflette il momento della nascita dell’animale) hanno rivelato che lo squalo di Groenlandia possiede la durata di vita più lunga di qualsiasi altro vertebrato conosciuto sulla Terra. L’aspettativa di vita stimata si attesta tra i 272 e i 512 anni. Questa incredibile longevità è legata a un tasso di crescita estremamente rallentato, circa 0,5-1 centimetro all’anno, e a un’età di maturazione sessuale straordinariamente tardiva, che le femmine raggiungono soltanto intorno ai 150 anni di vita.

Adattamenti Genomici e Sensoriali alla Vita Scotofila

La mappatura del genoma del Somniosus microcephalus, completata con un’analisi a livello cromosomico, ha evidenziato una sequenza enorme di circa 10,4 miliardi di coppie di basi (bp) distribuite su 60 cromosomi. Oltre i due terzi di questo patrimonio genetico sono composti da elementi trasponibili (comunemente detti “geni saltatori”). Per preservare l’integrità cromosomica da mutazioni deleterie indotte dalla replicazione di questi elementi, lo squalo ha sviluppato un corredo unico di 81 geni interamente deputati ai meccanismi di riparazione e stabilità del DNA, che si ipotizza agiscano in modo coordinato per garantire la longevità estrema della specie.

Sebbene la stragrande maggioranza degli squali di Groenlandia adulti presenti una grave compromissione della vista, se non una cecità quasi totale, a causa dell’ectoparassita copepode Ommatokoita elongata, che si ancora saldamente alla cornea provocando severe lesioni ulcerative e mineralizzazioni, l’apparato visivo di questa specie conserva intatte le suas funzionalità ancestrali. La retina dello squalo presenta una dominanza assoluta di bastoncelli, supportata da un tapetum lucidum che ottimizza la cattura dei fotoni negli abissi scuri, e dall’espressione coordinata di ben 13 geni di fototrasduzione scotofila primari, tra cui rh1, sag, gnat1, gucy2f, pde6a, pde6b, pde6d, pde6g, grk1, cnga1, gnb5, rcvrn e gngt1. Al contrario, lo squalo esprime un solo gene deputato alla visione diurna e dei colori (grk7), a riprova di un adattamento tarato quasi esclusivamente sulle deboli emissioni di luce e bioluminescenza delle profondità oceaniche

Energetica e Comportamento Predatorio

Per sopravvivere in acque a temperature prossime allo zero, il Somniosus microcephalus ha adottato un metabolismo basale tra i più lenti dell’intero regno animale. Misurazioni resometriche condotte in situ hanno quantificato un consumo di ossigeno basale infinitesimo, pari a circa 21,7 – 25,5 mg O2 h-1 kg-0.84. Questo si traduce in un fabbisogno energetico giornaliero irrisorio: un esemplare di oltre 200 kg necessita di appena 164-193 grammi di pesce al giorno per sostenersi. Di conseguenza, la sua velocità di crociera è incredibilmente ridotta, attestandosi in media su 0,34 m/s (pari a 1,2 km/h), con picchi massimi che non superano i 2,6 km/h.

Per compensare tale lentezza, lo squalo agisce come un predatore opportunista, necrofago e d’imboscata. Nel seu stomaco sono stati rinvenuti pesci demersali, calamari, uccelli marini, ma anche foche (spesso predate sbucciandone la cute a spirale, un comportamento che ha valso alla specie la fama di “corkscrew killer”). Inoltre, lo squalo si nutre di carogne di balena e persino di carcasse di grandi mammiferi terrestri, come cavalli e renne, scivolati accidentalmente in mare o trasportati dalle correnti.

Tossicologia e Fisiologia della Carne Fresca: Perché è un Veleno Letale?

Il consumo di tessuti freschi o non trattati dello squalo di Groenlandia è severamente tossico per l’essere umano e per gli altri mammiferi. L’ingestione accidentale provoca una patologia sistemica nota come “sindrome da intossicazione da squalo” o, nel gergo dei pescatori artici, la “sbronza da squalo”. Questo nome deriva dal fatto che i sintomi richiamano i forti effetti di un’intossicazione alcolica acuta.

Il Ruolo Osmoregolatore dell'Urea e del TMAO

La tossicità della carne è l’effetto collaterale di un sofisticato meccanismo biologico di sopravvivenza. Gli elasmobranchi polari mancano di un sistema urinario sviluppato paragonabile a quello dei mammiferi per l’escrezione dei rifiuti azotati. Al contrario, essi trattengono attivamente l’urea nei loro liquidi extracellulari e nelle fibre muscolari, utilizzandola come soluto osmoregolatore per pareggiare l’elevata pressione osmotica dell’acqua marina circostante e impedirne la disidratazione cellulare.

Tuttavia, l’urea ad alte concentrazioni è un potente denaturante proteico, in grado di alterare l’integrità strutturale delle catene polipeptidiche e inibire le funzioni catalitiche degli enzimi. Per contrastare questa tendenza destabilizzante, lo squalo sintetizza e accumula nei propri tessuti enormi quantità di ossido di trimetilammina (TMAO) in un rapporto stechiometrico preciso rispetto all’urea. Il TMAO agisce come un osmolita protettore cellulare (piezolita), che stabilizza le macromolecole biologiche contro gli effetti di denaturazione indotti dall’urea, dal gelo e dalle enormi pressioni idrostatiche delle profondità marine. Nei muscoli del Somniosus microcephalus, il TMAO costituisce oltre l’1% del peso umido totale della carne

Il Meccanismo d'Azione della Trimetilammina (TMA)

La tossicità acuta non è causata direttamente dal TMAO, che è una molecola stabile, ma dalla sua rapida degradazione post-mortem operata dalla microflora batterica enterica del consumatore. Una volta ingerita la carne fresca, gli enzimi reduttasi dei batteri intestinali riducono quantitativamente il TMAO in trimetilammina (TMA), liberando una molecola altamente attiva:

(CH3)3NO + 2H+ + 2e- -> (CH3)3N + H2O

La trimetilammina libera agisce come un potente agente depolarizzante neuromuscolare e un agonista colinergico. Essa stimola contrazioni spastiche e iperperistaltismo gastrointestinale. A concentrazioni elevate, la TMA provoca un blocco della trasmissione nervosa a livello della placca motrice del diaframma, inducendo una paralisi flaccida e un’insufficienza respiratoria acuta. I sintomi clinici si manifestano entro poche ore dall’ingestione e comprendono:

  1. Sintomi Gastrointestinali: Nausea incoercibile, vomito proiettile, crampi addominali acuti e diarrea profusa.

  2. Sintomi Neurologici: Vertigini oggettive, midriasi, nistagmo, atassia cerebellare severa con incapacità di mantenere la stazione eretta, allucinazioni visive, tremori diffusi e convulsioni tonico-cloniche.

  3. Esiti Fatali: Nei cani da slitta e negli esseri umani, l’ingestione massiva di carne fresca conduce a coma profondo e decesso per collasso cardiorespiratorio. Nei resoconti storici del nord, i cani intossicati venivano definiti “ubriachi da squalo” per via della loro totale incapacità di reggersi in piedi.

Il Processo di Detossificazione: L'Ingegneria Empirica della Fermentazione Islandese

Per rendere edibili queste carni tossiche, gli islandesi hanno sviluppato, nel corso dei secoli, una complessa procedura a due stadi, fermentazione ed essiccazione, volta ad abbattere drasticamente la concentrazione di urea e TMAO attraverso l’azione guidata di microrganismi autoctoni.

Fase 1: La Fermentazione (Curing)

Nella metodologia tradicional, la cui origine documentata risale ad almeno 700 anni fa, lo squalo viene decapitato, sviscerato e sezionato in grandi blocchi longitudinali (slab) del peso di circa 45-50 chilogrammi. Questi blocchi vengono adagiati all’interno di fosse poco profonde scavate nella sabbia ghiaiosa lungo le spiagge oceaniche. Le fosse venivano posizionate strategicamente in modo tale che, durante l’alta marea, l’acqua marina potesse lambire parzialmente lo scavo.

Una volta coperta la carne con sabbia e ciottoli, sulla superficie della fossa vengono poste pesanti pietre piatte. Questa pressione meccanica costante facilita la sineresi, un processo biochimico di contrazione che forza l’espulsione e il drenaggio dei fluidi corporei dello squalo, ricchi di urea e ammine volatili, nel terreno circostante. In questo ambiente anaerobico, la carne fermenta per un periodo che varia dalle 6 alle 12 settimane, a seconda della temperatura stagionale (i tempi si allungano notevolmente in inverno a causa del freddo).

Nel processo moderno, applicato su scala semi-industriale (como avviene nella celebre penisola di Snæfellsnes), i blocchi di carne vengono invece posizionati all’interno di grandi contenitori di polietilene ad alta densità dotati di fori di scolo sul fondo. La carne viene pressata meccanicamente per forzare il rilascio dei liquidi tossici, ottimizzando i tempi di lavorazione e garantendo standard igienici più elevati rispetto alle fosse sabbiose.

Fase 2: L'Essiccazione (Drying)

Terminato il curing, i blocchi di carne, che hanno perso circa il 30% del loro peso originario in fluidi drenati, vengono estratti, tagliati in strisce longitudinali e appesi all’interno di speciali capanni in legno ventilati, noti come hjallur. Qui la carne rimane esposta ai venti freddi oceanici per un periodo compreso tra i 2 e i 6 mesi. Durante questa fase di disidratazione controllata, l’Hákarl perde un ulteriore 60% del suo peso iniziale sotto forma di evaporazione acquea.

Sulla superficie esterna delle strisce si sviluppa una spessa crosta protettiva di colore marrone scuro, che funge da barriera naturale contro gli attacchi fungini e batterici nocivi. Al momento del consumo, questa crosta dura viene rimossa meccanicamente, rivelando una polpa interna morbida, dal colore bianco-lattiginoso o debolmente giallastro. Al termine dell’intero ciclo biochimico, solo l’8% circa della massa muscolare iniziale dello squalo viene conservato e destinato all’alimentazione umana.

Dinamiche Microbiologiche e Profilo Chimico-Fisico della Fermentazione

Gli studi scientifici condotti dall’Istituto di Ricerca islandese Matís e dall’Università Politecnica delle Marche hanno fatto luce sulle complesse dinamiche ecologiche della fermentazione alcalina spontanea dell’Hákarl. Il processo non è una putrefazione incontrollata, bensì una successione microbiologica ben definita che si articola in tre distinte fasi chimico-fisiche.

La Successione Ecologica Batterica

  • Fase Iniziale (Settimane 1-3): In questa fase, la microflora è dominata dallo stato fisico della materia prima. Se lo squalo viene lavorato fresco, domina il genere Photobacterium (principalmente specie psicrofile come Photobacterium phosphoreum). Al contrario, se la carne viene preventivamente congelata e scongelata prima del curing, si osserva una netta dominanza del genere Pseudoalteromonas. Entrambi i generi sono costituiti da batteri marini psicrofili dotati di una spiccata attività enzimatica TMAO-reduttasica, che avvia la rapidissima conversione del TMAO in ammine volatili (TMA e DMA).

  • Fase Intermedia (Settimane 4-5): La drastica riduzione del TMAO al di sotto del limite di rilevabilità analitica e la contemporanea idrolisi dell’urea in ammoniaca provocano un innalzamento vertiginoso del pH della carne, che passa da un valore iniziale di circa 6.0 a livelli fortemente alcalini compresi tra 8.5 e 9.0. Questo drastico shift chimico inibisce i microrganismi marini psicrofili originari, determinando la fine della prima comunità colonizzatrice.

  • Fase Finale ed Essiccazione: La comunità batterica si stabilizza, venendo dominata da taxa alotolleranti e alcalofili capaci di tollerare l’elevata concentrazione di ammoniaca. Tra questi spiccano i generi Atopostipes (in particolare Atopostipes suicloacalis), Tissierella (principalmente Tissierella creatinini), Pseudomonas e Sporosarcina. Questi generi batterici sono in grado di metabolizzare gli amminoacidi liberi e la creatinina in composti azotati volatili, conferendo all’Hákarl il suo aroma caratteristico. Dalle campionature di prodotto pronto al consumo è stato inoltre isolato con successo il ceppo Carnobacterium antarcticum, le cui attività enzimatiche proteolitiche e lipolitiche svolgono un ruolo chiave nella maturazione strutturale e aromatica finale del prodotto.

Il Profilo Volatile e Lipidico

L’analisi dello spazio di testa dell’Hákarl maturo tramite gascromatografia-spettrometria di massa (GC-MS) ha identificato oltre 13 composti volatili chiave. La trimetilammina (TMA) è il metabolita predominante, responsabile dell’odore pungente simile all’ammoniaca e all’urina. Ad essa si associano composti solforati (come il dimetil disolfuro) e fenoli, che arricchiscono il profilo sensoriale con sfumature di formaggio erborinato molto forte (Stilton o Gorgonzola) e note sulfuree.

Sotto il profilo lipidico, l’Hákarl si caratterizza per un’elevata percentuale di acidi grassi monoinsaturi (MUFA) e per una frazione significativa di acidi grassi polinsaturi (PUFA), tra cui l’acido docosaesaenoico (DHA). La composizione lipidica mostra una certa variabilità a seconda del produttore, riflettendo la natura squisitamente artigianale delle metodiche di lavorazione applicate nelle diverse località islandesi.

Sicurezza Alimentare, Bioaccumulo di Contaminanti e Aspetti Normativi

Da un punto di vista microbiologico, l’Hákarl è un alimento estremamente stabile. L’elevato pH alcalino (prossimo a 9.0) e la disidratazione che porta l’attività dell’acqua (aw) a circa 0.96 agiscono come barriere invalicabili per la crescita dei comuni patogeni alimentari, quali Listeria monocytogenes, Salmonella spp. ed Escherichia coli, che non sono stati rilevati in nessuna delle analisi analitiche su campioni commerciali. Tuttavia, il consumo di questo alimento solleva importanti problematiche relative alla presenza di contaminanti chimici persistenti.

L'Amplificazione dei PFAS durante la Fermentazione

Uno studio ecotossicologico pubblicato su Environmental Science & Technology (2024) ha evidenziato un fenomeno preoccupante: il processo di fermentazione tradizionale agisce come un amplificatore dell’esposizione dietetica alle sostanze perfluoroalchiliche (PFAS). Lo squalo di Groenlandia, in qualità di predatore apicale eccezionalmente longevo, bioaccumula nei propri tessuti concentrazioni elevate di inquinanti industriali persistenti, tra cui il perfluorottano sulfonato (PFOS), l’acido perfluorottanico (PFOA) e il loro precursore N-EtFOSA, presenti negli ecosistemi marini artici.

La ricerca ha dimostrato che la fermentazione batterica attiva degrada le componenti proteiche strutturali della carne dello squalo, determinando il rilascio di quelle quote di PFAS che nello stato fresco si trovano intimamente legate alle membrane cellulari e alle proteine muscolari. Di conseguenza, durante la digestione gastrica in vitro, la frazione di PFAS bioaccessibile e assimilabile dall’organismo umano aumenta notevolmente rispetto a quella misurata nei tessuti crudi non fermentati. Questo fenomeno comporta che il consumo frequente di pesci fermentati possa far superare facilmente la dose settimanale tollerabile di PFAS stabilita dall’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare (EFSA).

Ammine Biogene e Controlli Ispettivi

Un altro fattore di rischio chimico è rappresentato dall’accumulo di ammine biogene (BA), in particolare istamina, tiramina, putrescina e cadaverine, derivanti dalla decarbossilazione microbica degli amminoacidi liberi. Sebbene dosi fino a 50 mg di istamina e 600 mg di tiramina per pasto siano prive di effetti avversi nei soggetti sani, una produzione condotta in condizioni igieniche carenti o l’uso di materia prima non fresca può portare al superamento di tali soglie, inducendo reazioni simil-allergiche o crisi ipertensive.

La legislazione europea, recepita in Islanda attraverso l’accordo sullo Spazio Economico Europeo (SEE) e applicata dall’Autorità Alimentare e Veterinaria Islandese (MAST), impone un limite massimo rigoroso di 400 mg/kg di istamina nei prodotti ittici fermentati in salamoia. Il MAST esegue costanti controlli analitici sul mercato e dispone richiami commerciali mirati (como avvenuto storicamente per alcuni lotti di Úrvals Hákarl) qualora vengano rilevate anomalie igieniche o concentrazioni di contaminanti superiori ai limiti di legge.

Dimensione Antropologica: L'Eredità Vichinga e il Rito Contemporaneo

L’origine dell’Hákarl si colloca nel contesto storico del Landnám, il periodo di colonizzazione dell’Islanda da parte dei coloni norreni a partire dal IX secolo. Di fronte a un ambiente subartico ostile, caratterizzato da stagioni vegetative ridotte, suoli vulcanici sterili e un isolamento geografico totale, la sopravvivenza era legata alla capacità di valorizzare ogni minima risorsa proteica disponibile sul territorio. Lo squalo di Groenlandia rappresentava un’enorme risorsa alimentare calorica e proteica, ma la sua carne fresca era letale.

La Leggenda e la Realtà Ecologica

Secondo una leggenda popolare risalente all’incirca al 1600, la scoperta del processo di detossificazione avvenne in modo del tutto casuale in un fiordo della regione nord-occidentale dell’isola. La carcassa di un enorme squalo si era spiaggiata sulla costa e gli abitanti, anziché lasciarla putrefare, decisero di legarla con delle corde e lasciarla appesa all’azione degli agenti atmosferici per diversi mesi. Spinti da una grave carestia invernale, alcuni coloni decisero di consumarne la carne, scoprendo che l’esposizione prolungata al sole e al vento l’aveva resa del tutto edibile e priva dei suoi effetti tossici neurotropi.

Al di là della narrazione leggendaria, le evidenze archeologiche confermano che la fermentazione e l’essiccazione erano gli unici metodi conservativi applicabili in un’isola in cui l’assenza di biomassa legnosa (causata dal rapido disboscamento dei primi secoli di colonizzazione) impediva la produzione di sale marino tramite bollitura dell’acqua dell’oceano. La fermentazione alcalina spontanea si configurò quindi come una raffinata soluzione biotecnologica di adattamento ecologico, descritta approfonditamente dall’etnologa Nanna Rögnvaldardóttir nei suoi trattati sulla cucina tradizionale islandese.

Il Hákarl Oggi: Tra Identità e Divario Generazionale

Nel contesto contemporaneo, l’Hákarl ha subito una transizione antropologica significativa: da risorsa proteica indispensabile per la sopravvivenza in condizioni ecologiche estreme, si è trasformato in un alimento rituale e identitario consumato principalmente durante le festività di metà inverno (Þorrablót). Durante il mese di Þorri (tra fine gennaio e fine febbraio), gli islandesi consumano l’Hákarl tagliato in piccoli cubetti, spesso servito su stuzzicadenti e accompagnato dal Brennivín, l’acquavite locale al cumino soprannominata “Morte Nera”.

L’Hákarl viene servito principalmente in due varianti ben distinte:

  • Skyrhákarl: La polpa bianca e morbida ottenuta dal corpo dello squalo, caratterizzata da una consistenza cremosa.

  • Glerhákarl: La porzione proveniente dal ventre dello squalo, che assume un colore rossastro o brunastro durante la fermentazione, risultando decisamente più salata e gommosa.

Nonostante il profondo valore storico, il consumo di questo alimento tradizionale mostra un marcato divario generazionale, registrando un rapido declino tra le fasce più giovani della popolazione islandese. Per contrastare la perdita di questo patrimonio gastronomico e della complessa manifattura artigianale ad esso associata, la Fondazione Slow Food ha inserito il kæstur hákarl nel registro internazionale dell’Arca del Gusto (Ark of Taste), riconoscendo Bjarnarhöfn (nella penisola di Snæfellsnes), i Fiordi Occidentali (Vestfirðir) e la penisola di Suðurnes come aree geografiche d’elezione per la salvaguardia di questa millenaria tradizione gastronomica.

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